
L’occupazione sarà la prossima emergenza?
Con l’inversione del ciclo economico, avvenuta nel terzo trimestre del 2009 è stato lanciato un vero e proprio allarme sul pericolo che i livelli di occupazione possano subire ulteriori riduzioni. Effettivamente, nella seconda metà del 2009 l’occupazione complessiva è ritornata ai livelli del 2006. Nell’estate del 2009 sono andati perduti più di mezzo milione di posti di lavoro rispetto allo stesso periodo del 2008 (-2,2%). La caduta della produzione, soprattutto dell’industria, è stata, tuttavia, molto più rapida e tale da non permettere un adeguamento dei volumi di occupazione. Il PIL, calcolato a prezzi costanti ha subito una riduzione del -6,5 in soli 15 mesi, riportandosi ai livelli del 2001. Tutto questo si traduce in una caduta della produttività e dei margini di profitto senza precedenti nella storia del dopo guerra del nostro e di molti altri Paesi industrializzati. Da qui nasce la radicata convinzione che ripresa e occupazione prenderanno, almeno nei prossimi due anni, strade divergenti.
Su quali basi si fonda questo giudizio? In primo luogo sulla debolezza della ripresa per il 2010 e 2011. Le previsioni della Banca d’Italia parlano di una crescita dello 0,7% per quest’anno e dell’1% per il 2011. In pratica, dopo due anni di crescita, positiva ma modesta, il PIL risulterebbe ancora inferiore del 4% rispetto ai livelli precedenti l’attuale recessione, cioè a quelli del 2007. La possibilità di ricostituire i margini di profitto può passare, in presenza di una domanda debole, soltanto attraverso gli aumenti di produttività da conseguire con la riduzione dei volumi di occupazione. Diversi elementi, osservati nell’ultimo scorcio del 2009, sembrano giocare a sfavore di una nuova stagione di robusta crescita nel medio periodo. Proviamo a descriverli:
• l’abbondanza di liquidità e i bassi tassi di interesse promossi dalla BCE non hanno portato a un incremento degli investimenti produttivi ma “incoraggiato la domanda di attività rischiose”, (Bollettino Economico Banca d’Italia, gennaio 2010), determinando, fra l’altro, le condizioni per una nuova crisi finanziaria. In Italia, nonostante gli investimenti in macchinari e attrezzature rimangano sui livelli di dieci anni fa, soltanto il 16,5% delle imprese ha dichiarato, a fine 2009, di voler incrementare il capitale produttivo, mentre il 70% circa giudica invariate le condizioni per investire e il 13% si attende un peggioramento;
• gli stimoli fiscali potrebbero cessare o essere ridotti in presenza di un aumento dell’indebitamento pubblico in rapporto al PIL. In Italia il disavanzo pubblico avrebbe superato il 5% del PIL nel 2009, contro il 2,7% nel 2008. Il rapporto fra debito e PIL si dovrebbe collocare sul 115%, 10 punti in più rispetto al 2008;
• sino ad ora le misure fiscali volte ad avviare una ripresa della domanda di consumi e di investimenti privati si sono scontrate con un forte clima di sfiducia e incertezza. Lo dimostra chiaramente il contemporaneo verificarsi di una riduzione del reddito disponibile e di un aumento della propensione al risparmio, come descritto dalla recente indagine ISTAT su “Reddito e risparmio delle famiglie” per il III trimestre 2009. Questo fatto mostra che le famiglie avvertono i pericoli per la stabilità dell’occupazione in una situazione di crescita debole;
• la perdita di produttività si sta traducendo in una perdita di competitività di prezzo per le merci italiane all’estero, in particolare, sempre secondo la Banca d’Italia, rispetto alle imprese tedesche.
Il processo di recupero dei margini di profitto e della produttività è già iniziato con l’attenuazione della caduta del PIL e con il conseguimento di una variazione positiva per la prima volta (+0,6%) nel terzo trimestre 2009 dopo 5 trimestri consecutivi di variazioni negative. Nell’estate del 2009 la produttività, calcolata in rapporto alle ore lavorate, è cresciuta, però, dell’1,8% rispetto al trimestre precedente. Occorre risalire al 2002 per riscontare un aumento di entità simile. I margini di profitto sono aumentati dell’1% circa nel terzo trimestre del 2009 rispetto al trimestre precedente.
Sarebbe forse prematuro affermare che l’economia italiana sia entrata in una fase di ristrutturazione e razionalizzazione dei processi produttivi. Un segnale, seppur piccolo, che dimostrerebbe che questa sia la direzione intrapresa, potrebbe venire dal lavoro interinale. Questa tipologia contrattuale è sicuramente più onerosa di altre forme di lavoro flessibile. Eppure, dopo una caduta verticale, che nel primo trimestre del 2009 ha portato a variazioni negative sino al 40% su base annua, il lavoro “in somministrazione” appare in ripresa sin dalla metà del 2009. Rispetto ai livelli minimi toccati allora, l’occupazione interinale ha recuperato, a novembre, circa il 15%, pari a 30 mila occupati in più. Nello stesso periodo l’occupazione complessiva ha perso l’1% con circa 296 mila posti di lavoro andati perduti. Nei prossimi mesi sapremo se è in atto non solo un processo di semplice compressione dei livelli occupazionali, ma anche una trasformazione del mercato del lavoro dagli esiti ancora non decifrabili.
Antonio Ruda, Osservatorio EBITEMP
Cod.
MEZZAGO, Lombardia
Articolo1-Filiale Monza
Cod.
Camposanpiero, Veneto
ARTICOLO1 SPA
Cod.
Roma, Lazio
Altro Lavoro S.p.A.
Cod.
LURAGO D'ERBA (CO), Lombardia
Articolo1-Filiale Monza
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